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martedì 4 agosto 2020
Tra l'erica e le campanule: Recensione: Patrick Branwell Brontё di Alice Law
Tra l'erica e le campanule: Recensione: Patrick Branwell Brontё di Alice Law:
lunedì 21 ottobre 2019
Recensione: Charles Baudelaire intimo: il poeta vergine di Nadar
Buon giorno cari lettori e buona settimana,
oggi vi parlo del saggio che vi ho presentato il mese scorso Charles Baudelaire intimo: il poeta vergine di Nadar (Qui) edito Robin Edizioni (2017).
Ho sempre amato molto le poesie di Charles Baudelaire e la sua figura controversa ha sempre esercitato un grande fascino su di me, per questo sono stata molto felice di poter leggere e apprezzare una testimonianza speciale, unica, di chi, all'epoca, ebbe la fortuna e l'onore di conoscerlo di persona.
oggi vi parlo del saggio che vi ho presentato il mese scorso Charles Baudelaire intimo: il poeta vergine di Nadar (Qui) edito Robin Edizioni (2017).
Ho sempre amato molto le poesie di Charles Baudelaire e la sua figura controversa ha sempre esercitato un grande fascino su di me, per questo sono stata molto felice di poter leggere e apprezzare una testimonianza speciale, unica, di chi, all'epoca, ebbe la fortuna e l'onore di conoscerlo di persona.
“… sensibile alla delicatezza del cuore, di un cuore che talvolta ebbe fame.”
Félix Tournachon, conosciuto come Nadar, è stato uno scrittore, un caricaturista, un aeronauta e soprattutto un pioniere della fotografia. Durante la sua lunga vita, nacque nel 1820 e morì nel 1910, scattò fotografie e disegnò caricature di molte celebrità del suo tempo.
Amico sin dalla gioventù del poeta francese Charles Baudelaire, nel 1906, Nadar, ormai anziano - sulla scia di Asselineau, altro grande amico di Baudelaire, che celebrò quest’ultimo con una biografia altrettanto intima - si convinse a mettere ordine nei propri ricordi attingendo a una serie di scritti, lettere e fogli sparsi che custodiva da lungo tempo. Baudelaire era morto ormai da molti anni (nel 1867) ma aneddoti e dicerie sul suo conto non avevano mai smesso di circolare. Nadar desiderava ristabilire in qualche misura l’immagine del poeta maledetto, che nella sua breve vita aveva subito l’umiliazione di un processo per oscenità, a causa dei suoi oltraggiosi I fiori del male che offendevano la pubblica morale. Le sue carte intime, invece, insieme ai suoi ricordi testimoniavano il passaggio su questa terra di un essere diverso da tutti gli altri.
“Quante volte io l’ho trovato in un caffè, coi gomiti sul tavolo, in compagnia dell’ultimo degli imbecilli, mentre sviluppava davanti al vuoto, per un’ora intera, le sue teorie più astratte.”
Nadar fu il primo a diffondere la leggenda del poeta vergine per contrastare la più comune opinione di un Baudelaire dedito soltanto alle droghe, all’alcol e morto di sifilide.
Il risultato fu una biografia anomala, schietta e affettuosa al contempo, pubblicata per la prima volta nel 1911, quando anche lo stesso Nadar era ormai passato a miglior vita.
All’inizio di questo suo lavoro, il fotografo tenta innanzitutto di fare ordine nella Parigi trasformata in cui vive paragonandola alla città della sua gioventù: una Parigi perduta, dove pullulavano artisti, pittori, poeti, letterati del tempo, ricordandone le strette relazioni.
“Tutto in comune, senza riserve, senza segreto, le nostre esistenze individuali facendone una, vivevamo in piena luce, come sotto una cupola di vetro, in un’intimità continua alla quale niente poté sfuggire.”
Dal suo carteggio fuoriescono così episodi poco noti di un’epoca ormai passata e soprattutto aneddoti sull’amico poeta. Baudelaire e la fotografia, allora agli albori, in rapporto all'arte: egli riteneva che la fotografia influenzasse negativamente la pittura perché l’immagine catturata non lasciava più l’artista libero di sognare costringendolo a guardare la realtà, mentre poter sognare, è una fortuna ed è una gloria esprimere i propri sogni.
Nadar ci lascia scoprire la corrispondenza del poeta con taluni artisti. La sua ricerca di un talento che sapesse raffigurare, così come lui li immaginava, i frontespizi delle sue opere in pubblicazione. Un estimatore di quadri, amico di Manet e di Meryon.
Il modo che aveva di apparire su una scena e di porsi, suscitando inconsapevole ammirazione.
“Stavamo dunque per conoscerlo quell’essere tanto desiderato, quell’attrazione suprema!”
Ricorda così, Nadar, quando in compagnia di amici stava seduto su una panchina e lo guardavano avvicinarsi. La sua delicatezza rara che equivaleva a una volontaria solitudine.
“Spinse molto più lontano l’orrore per ogni gregge, ribelle nato davanti a ogni idea imposta.”
Il suo riserbo per certi argomenti, la freddezza e l’indifferenza che esibiva alla minima parola indecente.
“Quelli che non hanno conosciuto Baudelaire nell’intimità hanno potuto o dovuto scambiare il suo atteggiamento riservato per aridità di cuore invece si trattava di circospezione e geloso pudore.”
La sua noncuranza dei giudizi del mondo:
“Bado poco alla critica e sprofondo ostinatamente nella mia incorreggibilità.”
Charles Baudelaire
La sua strana misoginia, ossia l’odio verso le donne che affondava le radici in una complicata relazione con la madre e in un’infanzia traumatica. Un livore che, però, si contraddice nei versi lascivi che ci ha lasciato.
“È la parola che sostituisce il gesto, il sogno che si vendica della realtà.”
Il suo appartamento all’Hôtel Pimodan, in cui Nadar ci lascia entrare descrivendolo fin quasi nel dettaglio, dove, sostiene, mai donna ne varcò la soglia.
“Lo spirito dominava così tanto il corpo da ridurlo all’assenza del desiderio, da annichilirlo? E tale quiete era davvero autentica?”
Carte, quelle di Nadar, che oltre a insinuare il dubbio sull'effettiva lussuria del poeta riportano alla luce l’unico testo teatrale da egli progettato e una lunga lista di titoli di poesie che non fece in tempo a scrivere.
“Ben presto, impotente a risollevarle, contemplerà, giacenti al suolo e spezzate, le statue e le colonne di tante belle poesie che portava ancora dentro di sé.”
E infine ci racconta di un Baudelaire, vinto dalla malattia, afasico, che trascorse il suo ultimo tempo in una casa di cura in rue Dôme e ricorda la propria commozione nel vedere quell’angelo caduto ridotto al silenzio.
“Oh l’orrore di quella fine penosa, la spaventosa crudeltà di Colui che ha colpito Baudelaire nella parola, Baudelaire, quell’incastonatore di gemme, di rubini, di crisopazi, così come aveva colpito Beethoven nell’udito e Michelangelo nella vista.”
Nadar è dietro l’obiettivo, dietro la lente e scatta il suo ritratto, il suo fermo immagine dai contorni eternamente sfocati, in un saggio, una sorta di biografia, una raccolta di memorie, di epistole, di fotografie, per l’appunto, di un’anima che è stata forse troppo sensibile per questo mondo malato per non caderne vittima, quale fu l’anima di Baudelaire.
All’inizio questa lettura può forse sembrare un po’ ostica ma senza accorgersene ci si ritrova alla fine quasi avendolo visto, il poeta maledetto, vestito di nero; essendo stati addirittura a casa sua, avendone sentito il profumo di muschio da venti soldi. Quasi ci si domanda, in questo raro e impagabile libricino, quali abissali pensieri Baudelaire non ha fatto in tempo a riversare nei suoi versi.
“Solo i poeti possono capire i poeti.”
Charles Baudelaire
giovedì 19 settembre 2019
Presentazione: Charles Baudelaire intimo: il poeta vergine di Nadar
Buon giorno cari lettori,
oggi vi mostro uno degli ultimi arrivi sui miei scaffali giuntomi direttamente dagli uffici della Robin Edizioni, che ringrazio. Si tratta di un saggio del fotografo e scrittore Nadar, Charles Baudelaire intimo: il poeta vergine, che ripercorre, attraverso una serie di documenti sparsi, la vita del poeta francese, di cui fu amico. Una testimonianza preziosa che per il momento vi mostro con alcuni scatti e lasciandovi i vari dettagli, ma presto ritornerò per dirvi la mia perché è una lettura che non intendo far aspettare...
oggi vi mostro uno degli ultimi arrivi sui miei scaffali giuntomi direttamente dagli uffici della Robin Edizioni, che ringrazio. Si tratta di un saggio del fotografo e scrittore Nadar, Charles Baudelaire intimo: il poeta vergine, che ripercorre, attraverso una serie di documenti sparsi, la vita del poeta francese, di cui fu amico. Una testimonianza preziosa che per il momento vi mostro con alcuni scatti e lasciandovi i vari dettagli, ma presto ritornerò per dirvi la mia perché è una lettura che non intendo far aspettare...
Nadar e Baudelaire sono amici fin dalla gioventù, con differenze di carattere e di vedute che insinuano nel loro rapporto una costante, velata schermaglia. Verso la fine di una vita molto lunga, quando l’editore Crépet fa uscire le opere complete di Baudelaire (1906), inserendovi una raccolta di aneddoti raccolti da Asselineau, Nadar si convince a mettere ordine nei ricordi e a ricopiare le lettere dell’amico, scrivendo una sorta di anomala biografia, affettuosa e irriverente. Pescando lettere, biglietti e fogli sparsi da una grande cesta, rievoca la propria gioventù, il primo incontro con Baudelaire: tutto un mondo di artisti, editori, scrittori, giornalisti e attori, le ascensioni in pallone, la fotografia aerea, episodi e testi poco noti.
Oltre alle carrellate sui gruppi artistici e letterari dell’epoca, dipinti con humour e gusto della caricatura, il libro di Nadar ha il pregio di presentare l’unico testo teatrale che Baudelaire ha lasciato e una lunga lista di poesie progettate e mai scritte di cui i soli titoli bastano a scatenare l’immaginazione.
“…il volumetto è una testimonianza preziosa: non soltanto raccoglie diversi documenti allora inediti su Baudelaire, ma propone un affresco affettuoso della vita letteraria parigina della metà dell’Ottocento.”
Studi francesi
“…Il Baudelaire di Nadar restituisce l’atmosfera di una Parigi perduta”
L’Indice dei Libri del Mese
PRIMA EDIZIONE ITALIANA
pagine 96
euro 15,00
genere: Biografie
pubblicato: 2017
ISBN 9788872740217
Puoi acquistare il saggio Qui
martedì 26 aprile 2016
Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana di Mara Barbuni
"Interno. Sera. Inizia a fare freddo e i domestici tirano le tende, a nascondere una a una le finestre (...) In casa di accendono i fuochi. Se ne sente dapprima la voce crepitante, poi si annusa il buon odore balsamico del legno e infine, gradualmente, il bagliore danzante si stabilizza in luce omogenea e dorata, che invade la stanza. Attorno al focolare si radunano, come spilli attratti verso una calamita, tutti gli abitanti della casa."
Oggi vi parlo di un saggio molto interessante che ho avuto il piacere di leggere grazie alla Casa Editrice flower-ed, Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana di Mara Barbuni, esperta di letteratura inglese, traduttrice e studiosa di scrittura femminile del primo Ottocento e di età vittoriana, in particolare grande conoscitrice di Elizabeth Gaskell.
Il saggio è il quarto volume della bellissima collana Windy Moors.
Aprendo questo libricino ci ritroviamo nel variopinto giardino di una casa vittoriana, il posto da cui inizia il nostro percorso, e scopriamo che esso ha una propria simbologia. Quest’area della casa, vissuta dai suoi inquilini come la zona di confine tra la sicurezza della dimora e il vasto mondo esterno, è anche il simbolo della fertilità, specie quando diventa scenario della costruzione di una storia d’amore. La Barbuni riporta diversi esempi per farci comprendere l’importanza di tale funzione perché molti episodi importanti delle opere gaskelliane si svolgono proprio in giardino. Poi ci invita a rivolgere la nostra attenzione alla casa che ci ospiterà per i capitoli successivi. Ci fa notare con quanta cura sono descritte, nei romanzi pastorali di Elizabeth Gaskell, le case dei poveri e della classe operaia, e come anditi, ingressi, scale, spazi riservati alla domesticità, siano rappresentativi della condizione di cui narra.
La parte più bella, credo sia quando il lettore, una volta entrato all’interno della casa vittoriana, è invitato a mettersi comodo, scegliersi una poltrona dalla quale osservare l’ambiente circostante. Qui è facile rendersi conto che siamo nel territorio delle donne: decorare la casa era (ed è) un’attività prevalentemente femminile. Sono pagine davvero deliziose e anche istruttive per chi vuole conoscere meglio l’ambiente domestico vittoriano. I romanzi della Gaskell, come l’autrice ampiamente spiega, ci offrono innumerevoli rappresentazioni di salotti e stanze che ci aiutano a comprendere, attraverso la descrizione degli interni, non soltanto la condizione della famiglia, ma anche il carattere dei personaggi, le loro qualità, i loro difetti e la loro educazione.
Immersi in quest’atmosfera, siamo pronti per addentrarci dietro le quinte e scoprire i profumi, le pietanze, il vestiario, i libri e l’intimità della casa così com’era vissuta dai suoi inquilini.
Molto interessanti sono le pagine che l’autrice dedica al cibo come espressione culturale e atto sociale. Si sofferma anche sulla funzione, importantissima, nella realtà come nei romanzi, di chi solitamente viveva nell’ombra: i domestici.
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| Immagine di proprietà di flower-ed |
All’importanza degli oggetti nell’epoca vittoriana, è dedicato un altro capitolo che ne spiega il valore culturale e sociale ma anche individuale. Nelle opere di Elizabeth Gaskell sono lettere e libri, in particolare, gli oggetti che ritroviamo più di frequente e la Barbuni, sempre tramite gli estratti dalle opere, ci permette di curiosare in qualche cassetto recondito per scoprirne il contenuto.
Infine, prima di lasciare la dimora che ci ha ospitato, guardiamo per l’ultima volta il focolare davanti al quale ci siamo ristorati. Il caminetto è il vero fulcro della casa e delle storie gaskelliane, il luogo accentratore che favorisce la socializzazione e che, allo stesso tempo, accoglie l’uomo o la donna bisognosi di meditazione.
Consiglio vivamente questo scritto, soprattutto alle lettrici e ai lettori che intendono approfondire la loro conoscenza dell’epoca vittoriana. Credo sia un’ottima risorsa perché è un lavoro che presenta benissimo e con competenza gli spazi e gli usi di quel tempo.
Chi ha già letto le opere di Elizabeth Gaskell vi troverà un gradito approfondimento e scoprirà forse nuovi dettagli; chi, come me, ha ancora qualcosa che manca all’appello, sarà assalito da una gran voglia di leggere un romanzo di questa eccellente autrice.
Ringrazio l’Editore per avermi permesso di entrare in una casa vittoriana dalla quale sono uscita più ricca e ringrazio Mara Barbuni che ha condiviso la sua preziosa conoscenza e il suo amore per la narrativa gaskelliana con tutti noi lettori.
Antonella Iuliano
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martedì 24 novembre 2015
Il pensiero religioso di una poetessa inglese del secolo XIX. Emilia Giovanna Brontë
"Così, in verità, sorgerà l’anima tua quando codesto cuore imprigionato sarà freddo. La prigione tornerà alla terra, il prigioniero potrà confondersi coi cieli." (Emily Brontë)
Il mese scorso ho avuto il piacere di leggere, grazie alla giovane e intraprendente Casa Editrice Flower-ed, la prima biografia italiana sulle sorelle Brontë: Tre anime luminose fra le nebbie nordiche, di Giorgina Sonnino (Qui la mia recensione); opera che ha inaugurato una collana, Windy moors, che ha lo scopo di raccogliere e di portare all'attenzione di noi lettori, lavori dimenticati connessi alla letteratura vittoriana e in modo particolare alle tre sorelle più famose della letteratura.
La seconda e recentissima pubblicazione di tal genere è ancora una volta uno scritto della Sonnino: Il pensiero religioso di una poetessa inglese del secolo XIX. Emilia Giovanna Brontë (come specificato dallo stesso Editore nell'introduzione, si è preferito mantenere i nomi in lingua italiana così come si usava ai tempi della Sonnino). Questo breve saggio, che io definirei un’appendice della biografia sopra citata, fu pubblicato per la prima volta nel 1904 sulla rivista Nuova Antologia, ma mai autonomamente.In queste poche pagine l’autrice si concentra sulla religiosità eccezionale, unica, di Emily Brontë, prendendo come riferimento le testimonianze lasciateci dalla sorella Charlotte, ma soprattutto le poesie della stessa Emily. Queste ultime rappresentano la fonte di maggiore documentazione per conoscere Emily Brontë, perché sono la sua reale confessione e perché scrisse in versi più che in prosa lungo l’intero arco della sua breve e appartata vita. Dalle poesie di Emily emerge una religiosità fortemente connessa alle leggi costanti e immutabili della natura. Il suo sentimento religioso, che pure aveva i germi nella cristianità (nasce protestante, figlia di un pastore) non conosceva dogmi, rifuggiva luoghi sacri, non si esprimeva attraverso formule prefisse quali le preghiere, non provava interesse per i culti che invece stimolavano l’intelletto di Charlotte e inibivano Anne. Al contrario, la spiritualità di questa ragazza solitaria, dotata di genio poetico, era libera come il vento che sferza sugli arbusti d’erica della brughiera, dove lei trovava se stessa, dove incontrava lo spirito del divino: negli animali, nelle piante, nella natura tutta. Un sentire Dio, principio della vita, attraverso le cose da Lui create. Ella avvertiva il divino in sé, ed è così che trova spiegazione anche l'atteggiamento che ebbe quando la morte sopraggiunse, quando, fino all'ultimo respiro, resistette stoicamente e rifiutò ogni cura, sotto lo sguardo angosciato delle sorelle, serenamente convinta che i rimedi dell’uomo nulla possono contro la legge della natura, di Dio. La morte non era per lei quella spaventosa separazione o quella macabra idea comune agli uomini, piuttosto era liberazione dalle catene terrene, perché permette allo spirito di ognuno di riunirsi allo spirito universale dal quale proviene, di tornare a una pienezza di Vita. La sua era una religione individuale, indipendente, in stretta connessione con il creato, dove il male era per lei solo uno squilibrio nella perfezione.
La Sonnino aveva una profonda conoscenza della poetessa dello Yorkshire, e i suoi studi, la sua passione, hanno fatto si che tracciasse un quadro più che esaustivo della religiosità di Emily Brontë; un quadro che grazie alla riscoperta di Flower-ed oggi tutti possiamo conoscere. Il testo è scorrevole; lo stile raffinato. Si legge davvero in poco tempo, ma in quel poco meglio si comprende perché Emily Brontë era pienamente se stessa, serena, in pace, solo quando attraversava i suoi moors, scovava nidiate di uccellini o accarezzava con una mano teneri ciuffi d’erica.
Antonella Iuliano
Per l'aquisto dell'ebook Qui
domenica 20 ottobre 2013
Una stanza tutta per sè
| Virginia Woolf |
Questo
è Una stanza tutta per sé: la ricerca
di una donna, di una letterata, di coloro che la precedettero nell’arte dello
scrivere. Un saggio, quello della Woolf, che inizia con un foglio bianco, un
titolo: “Le donne e il romanzo” e una
passeggiata infruttuosa in una Londra autunnale per raccogliere le idee su cosa
scrivere. Ma è solo quando Virginia torna nella sua stanza, alla sua libreria,
che questo libricino entra nel vivo. Ella ci conduce dal Cinquecento
Shakesperiano ai suoi giorni nella ricostruzione di quella che è la genesi del
romanzo femminile. Il suo percorso prende vita da una frase da lei coniata e
attorno a cui ruota l’intero apparato: "Una donna, se vuole scrivere romanzi, deve avere soldi e una
stanza per sé". Queste
sono le due condizioni necessarie al gentil sesso per poter aspirare a
diventare scrittrici e se in un primo momento la frase può apparire puramente
materiale, nel percorso tracciato dalla Woolf ci si rende conto che non è così,
che questa frase nasconde una verità riscontrabile nella letteratura stessa.
I volumi del Cinquecento e del Seicento della
libreria di casa Woolf non presentano nomi femminili. Questo è facilmente
spiegabile. In quell’epoca per la donna era impossibile pensare di scrivere. Ella
era rilegata alle sue stanze, alle sue mansioni ed era priva dei mezzi quali
l’istruzione o il denaro per permettersi di scrivere. “Le donne sono state
sedute in queste stanze per milioni di anni, cosicché ormai perfino le pareti
sono pervase dalla loro forza creativa”. Non era una creatura libera, era
tenuta ben salda dalle catene della quotidianità al suo ruolo di madre, moglie,
casalinga. Non le era permesso esprimersi e la sua opinione non contava.
Cambiando scaffale la Woolf posa lo sguardo sui volumi settecenteschi e qui
qualche sparuto nome di donna fa la sua comparsa, ma leggendone le pagine è ben
evidente come il retaggio sociale impedisca alle autrici donne di esprimersi
liberamente. Addirittura vengono derise dalla società maschilista. Lo scaffale
dell’Ottocento al contrario pullula di opere femminili. Qualcosa è cambiato e
nei grandi nomi di Jane Austen, Charlotte ed Emily Brontë, George Eliot,
Elizabeth Gaskell, le autrici donne trovano il loro riscatto. La donna adesso è
ancora rilegata alle sue stanze, ma è proprio in esse che tra una faccenda e
l’altra, inizia a scrivere e sceglie, come forma più malleabile per esprimere
la propria fantasia, il romanzo. Così la Woolf ci mostra una Jane Austen che
scriveva nel salotto, stanza comune, dove veniva continuamente interrotta da
intrusi, eppure caparbiamente dedita a narrare le vicende dei Bennet, di Emma,
del capitano Wentworth. Ci mostra una Charlotte Brontë che non poteva
permettersi di comprare troppa carta tutta in una volta eppure scrisse Jane Eyre. Una Emily Brontë che senza mai
vedere il mondo oltre la sua amata brughiera scrisse un capolavoro come Cime Tempestose.
Queste donne hanno
scritto nelle loro stanze seppur con poche risorse economiche, ma a differenza
delle loro madri o nonne erano libere di esprimersi, anche se la società non
era ben disposta nei confronti delle loro opere. Basti pensare che le Brontë
pubblicarono per la prima volta con pseudonimi maschili. Molto bello è il passo
che la Woolf dedica a Charlotte Brontë e al suo genio creativo: “Sapeva, e nessuno lo
sapeva meglio, quanto il suo genio avrebbe guadagnato se non si fosse disperso
in visioni solitarie sui campi lontani; se le fosse stata concessa
l'esperienza, i contatti e i viaggi. Ma non le furono concessi.” Questo mostra come la donna non fosse poeticamente inferiore
all’uomo, ma semplicemente priva delle opportunità che invece erano date a
quest’ultimo. Se una donna nel Cinquecento avesse avuto le stesse opportunità
di Shakespeare di vivere e viaggiare ed esprimersi, probabilmente oggi
leggeremmo opere di una “Shakespeare donna” dello stesso inestimabile valore e
non a caso la Woolf scrive: “Chi può misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando
si trova prigioniero e intrappolato in un corpo di donna?”
Virginia giunge così allo scaffale del
suo tempo, dove le donne sono si presenti, ma l’uomo ancora cerca di marcare il
territorio come se fosse una sua esclusiva. La conclusione di questo saggio è
un invito alla pace e alla libertà di espressione al di là dell’appartenenza
all’uno o all’altro sesso.
La Woolf per prima dichiara di avere una
rendita di cinquecento sterline lasciatale da una zia e questo le permette di
uscire dalla sua stanza, in cui legge e scrive, per potersi permettere di
osservare il mondo e arricchirsi.
"Datele
una stanza tutta per sé e cinquecento sterline l'anno, lasciatela parlare
liberamente e cancellare la metà di quel che include ora, e uno di questi
giorni scriverà un libro migliore. Fra altri cento anni (...) sarà un
poeta."
Antonella
Iuliano
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