martedì 19 luglio 2016

Presentazione: La pietra di luna di Wilkie Collins

Buon giorno carissimi e ben ritrovati,
da pochi giorni è tornato in libreria il padre del genere poliziesco, Wilkie Collins, con la sua Opera più celebre, La pietra di luna, in una nuova, elegantissima veste firmata Fazi Editore
Sono molto curiosa di leggere questo romanzo definito il miglior poliziesco mai scritto. Ve lo presento e mostro come sempre.
Ringrazio Fazi Editore per la copia.
Antonella Iuliano


Trama:
La pietra di Luna, prezioso e antico diamante giallo originario dell’India, dopo una serie di avventurose vicissitudini sopportate nel corso dei secoli, giunge in Inghilterra e viene donata a una giovane nobildonna di nome Rachel Verinder nel giorno del suo diciottesimo compleanno. Il gioiello, di valore inestimabile, scompare in circostanze misteriose quella notte stessa e un famoso investigatore, il sergente Cuff, viene incaricato di ritrovarlo. L’indagine, per quanto accurata, non porta ad alcun risultato e causa, anzi, sgomento e confusione sia tra i membri della famiglia Verinder che nella servitù. Il romanzo, in cui tutti i personaggi sono apparentemente innocenti ma allo stesso tempo possibili colpevoli, si sviluppa seguendo le sorti della pietra di Luna, in un groviglio di eventi drammatici raccontati, di volta in volta, dai diversi protagonisti.

 A fare da sfondo a questo giallo così magistralmente costruito c’è una romantica storia d’amore che, insieme alla suspense e alla curiosità, tiene il lettore avidamente inchiodato al libro dalla prima all’ultima pagina. Unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi capolavori di Wilkie Collins, La pietra di Luna, alla sua uscita nel 1868, consacrò il clamoroso successo dell’autore e riuscì addirittura a destare l’invidia di Charles Dickens, suo grande amico e maestro.


 «Probabilmente il miglior romanzo poliziesco mai scritto».
G.K. Chesterton

«Il primo e il più grande romanzo poliziesco inglese, un genere scoperto da Collins, non da Poe».
T.S. Eliot

«Un testo esemplare. Un romanzo ragguardevole, avvincente, opportunamente fluviale e, insieme, un libro-simbolo del noir».
«Panorama»

«L’impero, la grande tradizione letteraria, l’immobilità sociale, l’ironia e il patetico, l’ordine e la trasgressione. C’è molta Inghilterra vittoriana in questo poliziesco. Il pubblico, e Dickens, lo capirono».
«Il Sole 24 Ore»


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giovedì 30 giugno 2016

I fratellastri di Elizabeth Gaskell

"Tu non puoi ricordarlo, ragazzo, quando giacemmo allo stesso modo accanto alla mamma poco prima che morisse. Mise la tua manina nella mia - mi piace pensare che ci stia vedendo in questo momento, e che presto ci uniremo a lei."

Buon pomeriggio lettori,
Oggi vi parlo di un bellissimo racconto che ho terminato da poche ore, I fratellastri di Elizabeth Gaskell, racconto apparso per la prima volta su “Round the Sofa” nel 1858, e oggi per la prima volta tradotto ed edito in italiano da Edizioni Croce, che ringrazio per avermi inviato la preziosa copia. 

Quest’edizione che definirei di pregio si compone di una lunga e interessantissima prefazione a cura di Michela Marroni, che illustra nel dettaglio i temi e la morale dell’opera gaskelliana.
Verso la metà del libricino troviamo il racconto di una scorrevolezza e una fluidità rare: si legge davvero in pochissimo tempo e cattura l’attenzione del lettore come se l’Io narrante fosse lì, accanto a noi, a raccontarci le vicende della sua famiglia. 
Seguono due brevi frammenti e in conclusione, una postfazione di un’altra grande studiosa gaskelliana, Mara Barbuni, che espone il rapporto dell’autrice con la natura e il romanticismo. 

Helen è una giovane donna rimasta vedova a soli vent’anni. Poco prima della nascita del suo secondo figlio, Gregory, perde la figlia primogenita a causa della scarlattina, e la sorella – la chiacchierona zia Fanny – si trasferisce da lei, nel Cumberland, per aiutarla nelle mansioni della fattoria. Le due donne vivono di stenti e non hanno prospettive future rosee fino a quando alla loro porta si presenta William Preston, un vicino benestante. L’uomo vorrebbe sposare Helen e le promette che in cambio crescerà il piccolo Gregory come se fosse figlio suo. La giovane donna è incerta su tale passo ma per il bene del figlio decide di accettare la proposta di William. I due si sposano ma presto affiora una nuova difficoltà: la gelosia di William nei confronti del bambino. Preston vorrebbe che Helen lo amasse di più, che lo guardasse non con riconoscenza ma con amore, che gli rivolgesse gli sguardi carezzevoli che lei indirizza esclusivamente a Gregory. L’uomo inizia a provare astio verso il figliastro e dunque a sgridarlo ripetutamente. Ed è proprio durante uno di questi rimproveri che Helen avverte le doglie premature che portano alla nascita del suo secondo figlio maschio, il narratore della storia. La donna non si riprende dal parto e muore lasciando i due figli alle cure del marito e della sorella. 


"...era una di quelle brughiere desolate e paludose in cui la solitudine appariva dolorosa, intensa, come se mai passo d'uomo vi fosse stato a rompere il silenzio."

Da questo punto in poi comincia la seconda parte del racconto, in cui i due fratellastri crescono in una disparità di condizioni, infatti, Gregory, silenzioso e remissivo come la madre, è tacciato di stupidità e allontanato: diventa un umile e solitario pastore; mentre il fratello minore, cresce amato e vezzeggiato dalla zia Fanny e dal padre che vede in lui il proprio legittimo erede. Un giorno d’inverno il vecchio Preston incarica il sedicenne figlio di svolgere una commissione in città a suo nome. Al ritorno, a causa del buio e di un’improvvisa nevicata, il giovane smarrisce la strada e, nella desolazione della brughiera e nella disperazione totale, grida affinché qualcuno possa soccorrerlo. È il disprezzato fratellastro, con il fedele cane, l’ombra che riesce a distinguere nella foschia, l’uomo che forse gli salverà la vita? 
Sta a voi scoprirlo, io non posso e non voglio svelarvi di più. Posso solo dirvi che il finale mi ha davvero, ma davvero toccato il cuore. 

Nel racconto sono presenti elementi tipici della fiaba, ma più di tutto emerge la morale cristiana del sacrificio e della conversione, temi sicuramente molto cari all'abile autrice che non a caso sceglie eroi umili e semplici, spesso disadattati, appartenenti a classi inferiori e che meglio incarnano l’insegnamento evangelico. 
Consiglio questo racconto a chiunque voglia immergersi in una storia tenera, toccante, intensa.

Antonella Iuliano

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mercoledì 29 giugno 2016

Bruges la morta di Georges Rodenbach

"Aveva scelto Bruges da cui il mare si era ritirato, portando via con sé un’antica felicità."

Buongiorno cari lettori,
con un po’ di ritardo dovuto a problemi legati alla tecnologia, stamane finalmente posso parlarvi della mia ultima lettura, Bruges la morta di Georges Rodenbach, pubblicato per la prima volta nel 1892 e oggi riedito da Fazi Editore, che ringrazio per la copia inviatami. 
Questo piccolo romanzo mi ha attirato fin dal primo sguardo, forse per la copertina gotica e spettrale, forse per il titolo, per me nuovo, che mi ha  subito fatto presagire una certa affinità, poiché in genere amo le opere di stampo decadente. 
L’impressione è stata confermata sin dalle prime pagine, nelle quali attraverso uno stile affascinante, poetico, evocativo, Rodenbach, con pennellate dai toni cupi, dipinge per il lettore un dolore insuperabile che si rispecchia nelle acque calme dei canali e percorre le stradine tortuose di Bruges. 

"Un'equazione misteriosa si era creata: alla sposa morta doveva corrispondere una città morta."

Hugues Viane è un uomo che ha perso l’amata moglie da cinque anni e da allora vive chiuso nel suo dolore, ossessionato dal vuoto che la donna, Ofelia, ha lasciato in lui. Divenuto vedovo, si è rifugiato a Bruges, città fiamminga che rispecchia la desolazione della sua anima e, soprattutto, vera protagonista del romanzo. A Bruges Hugues ha portato con sé tutti i ricordi della defunta moglie, compresa la treccia dei suoi capelli dorati che custodisce come una reliquia sotto una campana di vetro. Nelle stanze ove conserva questi oggetti, nessuno vi può entrare senza il suo consenso, nemmeno la domestica. Inoltre Hugues non esce mai da casa, se non la sera, quando il resto del mondo abbandona le strade e lui può inoltrarsi come un'ombra nelle torbide vie che percorrono quella tomba a cielo aperto che egli stesso ha scelto: scenario adeguato al suo lutto. 
Questo fino a quando, una sera, s’imbatte in una donna, Jane Scott, del tutto identica alla morta nell’aspetto. Per lui tale somiglianza si rivela sconvolgente e nella fragile illusione di poter rivivere e recuperare parte della felicità vissuta un tempo, Hugues avvicina la sconosciuta e intreccia con lei una relazione. Presto, però, la somiglianza fisica si dilegua nei capricci e nelle frivolezze di Jane, rivelandone una donna totalmente diversa dalla tranquilla e dolce Ofelia. L’epilogo non può che scaturire in una tragedia che sprofonda il protagonista in una solitudine ancor maggiore, perché Hugues capisce che a causa di un inganno del destino ha sporcato la propria devozione verso la donna che un tempo l’ha reso felice. 

"...quelle campane continue di Bruges; diffondevano il disgusto per la vita, il chiaro sentimento della vanità di tutto."

"Bruges la morta" fu il primo romanzo
con delle fotografie al suo interno.
Come ho detto la vera protagonista è Bruges. La città con il suo aspetto cupo, con i suoi suoni, come quello delle campane, partecipa al lutto fedele di Hugues, e costituisce uno sfondo essenziale e in sintonia con un’anima che vaga, persa, solitaria, in attesa della propria morte. Il suicidio è contemplabile ma non attuabile per Hugues, cristianamente convinto che tale gesto possa togliergli l’ultima possibilità di ricongiungersi con Ofelia. La sua pena è una vita vissuta nella morte. 
Bruges ha una personalità, uno spirito. Bruges è la sua coscienza. Bruges è la bara che si è scelto. Se Jane riflette il volto di Ofelia, Bruges rispecchia l'anima di Hugues. 

"Le somiglianze appartengono sempre e soltanto alle linee o all'insieme. Se si studiano i dettagli, tutto diverge."

La purezza del ricordo della moglie che il protagonista cerca di perpetuare e il senso di colpa successivo all’incontro (e scontro) con Jane, sono descritti con considerazioni profonde e uno stile davvero ispirato. 
Il libro è attraversato dalla morte, in relazione con la vita, la realtà e la disillusione. Lo definirei un romanzo prezioso, un gioiellino appartenente alla letteratura decadente e simbolista, caratterizzato da intensi spunti di riflessione sul non senso dell’esistenza.
Forse l’unico difetto è la brevità, il passaggio veloce del tempo e quindi delle descrizioni degli eventi, ma d'altro canto ciò concentra la carica poetica di queste pagine. 

Antonella Iuliano

"Ma il volto di una città è soprattutto quello di una Credente. Da lei, dai muri dei suoi ospizi e dei conventi, come dalle tante chiese inginocchiate nelle loro tuniche di pietra, emanano consigli di fede e di rinunzia."

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