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mercoledì 1 ottobre 2014

"L'amore ai tempi della neve" di Simon Sebag Montefiore

“CARI AMICI, ADORABILI ROMANTICI, NOSTALGICI SOGNATORI…”

Per la seconda volta quest’anno mi ritrovo a recensire un romanzo di Simon Sebag Montefiore, che, adesso posso dirlo con certezza, è il mio autore rivelazione dell’anno e anche uno dei miei scrittori contemporanei preferiti in assoluto. Dopo l’avvolgente e tragica storia di “Sašenka” (Qui la mia recensione) non potevo non leggere il più recente lavoro di quest’autore “L’amore ai tempi della neve” (One night in winter, il titolo originale) edito da Corbaccio.
Il mio entusiasmo è cresciuto pagina dopo pagina perché ho trovato conferma della bravura di Montefiore nel romanzare fatti realmente accaduti nella metà del secolo scorso, quando in Russia vigeva la dittatura staliniana.
La gioia è andata crescendo quando nel romanzo ho ritrovato alcuni personaggi presenti in Sašenka, i quali hanno trovato nuovo spazio, nuova carta e inchiostro per i loro destini, ma ci tengo a precisare che (come dice lo stesso autore a fine libro) nonostante alcune famiglie e personaggi sono presenti in entrambi i libri, i due romanzi sono autoconclusivi, a sé stanti.

“Il cuore di ogni russo ha palpitato per i duelli di Puškin, i drammi passionali dell'anima russa.”

Ci troviamo a Mosca, è il giugno del 1945 e la città si prepara a festeggiare la vittoria della Russia sulla Germania nazista con una parata che vedrà sfilare tutti i capi e i dirigenti del Cremlino. In questo clima di festa ad un certo punto si odono due spari e due studenti vengono trovati morti sul vicino ponte di Pietra. Questo terribile fatto aziona la crudele macchina sovietica fatta di indagini, arresti, estorsioni, torture, terrore che portano nel terribile carcere della Lubjanka, dal quale pochi escono vivi. Nei guai finiscono alcuni ragazzi, diciottenni, rampolli figli dell’élite politica, studenti della scuola 801 e addirittura due bambini, fratelli minori di due dei protagonisti.
Nikolaša e Rosa, le due vittime, facevano parte di un club esclusivo, un club considerato antibolscevico, perché ruotava intorno al cosiddetto sentimentalismo borghese, all’amore e in particolar modo intorno all’opera “Onegin” di Puškin, il famoso poeta russo. Insieme ai loro compagni Minka, Serafima, George, Vlad e Andrej - che è l’ultimo e l’unico figlio del popolo ad entrare ne “Il Club degli Inguaribili Romantici” - i ragazzi si divertivano a interpretare con costumi teatrali e pistole da duello finte, il duello in cui Onegin uccide Lenski nell’opera del poeta e a recitarne i versi.
Quel giorno sul ponte stavano per l’appunto inscenando tale duello e rendendo onore all’amore romantico, quando l’inspiegabile tragedia si abbatte su di loro. Trascinati in carcere, i ragazzi superstiti vengono interrogati brutalmente e la questione dell’omicidio, che porta a galla amori e gelosie giovanili, ad un certo punto sembra conclusa se non fosse che le indagini portano ad un quaderno particolare, “Il quaderno di velluto rosso dell’amore”, tenuto da Nikolaša e rinvenuto dal piccolo Senka – quest’ultimo rimane coinvolto pur avendo soltanto dieci anni - e su cui Nikolaša  annotava nomi e frasi ambigue che portano i cekisti a pensare che sia tutta una montatura e che dietro al club ci sia una cospirazione per rovesciare lo stato sovietico. Una cospirazione guidata dallo scrittore e insegnante di letteratura dei ragazzi: Benja Golden (il grande amore di Sašenka), colui che in classe iniziava le sue emozionanti lezioni con la frase – richiamo: “Cari amici, adorabili romantici, nostalgici sognatori...”  Una cospirazione al centro della quale vi è anche Serafima, la ragazza enigmatica, che nasconde un amore segreto, straniero, e che finisce con pagare il caro prezzo del Gulag. Il caso dei ragazzi finisce col diventare, per Stalin, l’opportunità per indagare - torchiandoli - sui loro genitori e suoi sottoposti. Conosciamo così come operavano personaggi realmente esistiti come il compagno Berija, il compagno Abakumov e altri capi sovietici. Ritroviamo il già noto, ai lettori di Sašenka, maresciallo Satinov, i cui stessi figli sono coinvolti nel caso e il cui cuore viene ghermito da quel sentimento così estraneo alla sua natura, alla sua ideologia politica e sociale, quel sentimento che mai avrebbe pensato di provare per una donna: l’amore passionale.
Rimanere impassibili di fronte ai propri sentimenti è la regola dell’uomo sovietico, perché è come una cordata di alpinisti, se uno sbaglia cade e con lui cadono tutti gli altri, la famiglia, l’onore, la vita stessa. Il Partito è la regola, non l’amore che rende deboli.
Il dissidio tra la scorza dura da mostrare per non perdere la vita e trascinare con sé i propri cari - perché basta un niente per essere incriminati - e la tenerezza di amori mai sopiti che scorrono silenziosi sotto la superficie, attraversa impetuoso le pagine di questo romanzo.
Montefiore, al termine, ci informa sulle fonti e sulle ricerche svolte, perché “Il caso dei ragazzi” con tanto di morti e arresti si verificò davvero nel 1943 e anche la vicenda che noi conosciamo attraverso una delle protagoniste, Serafima, ricalca una storia vera.

Questo romanzo è ricco, non saprei definirlo diversamente: in esso vi è storia, vi è poesia, anche un pizzico di letteratura, vi è una rosa ricchissima di personaggi, vi è la durezza del regime sovietico che si scontra con la delicatezza del sentimento dell'amore nascente nei petti di un gruppo di romantici diciottenni e infine vi è lei, la madre Russia, Mosca nello specifico, a fare da sfondo ad una storia che incolla il lettore alle pagine, letteralmente. 
Lo stile è scorrevole, il contenuto interessante e istruttivo. L’autore riesce sempre a insegnare qualcosa sulla storia russa. 
Troviamo descrizioni molto belle e accurate, ma mai pesanti, sia dei personaggi, che degli ambienti e degli stati d’animo. Una in particolare mi ha colpita molto e la riporto come estratto da condividere: 

“Nel suo cuore c'era un'anima russa e questo voleva dire che aveva già nostalgia di Mosca, dei cristalli di ghiaccio che si formavano sulla finestra, dei versi sulla base del monumento al poeta in piazza Puškin, delle betulle argentate nei boschi, dell'acqua che cominciava a scorrere sotto la neve al disgelo, dei vecchi palazzi color ocra o azzurri come uova di storno.” 

Antonella Iuliano



Per acquistare il libro Qui

martedì 3 giugno 2014

Sašenka di Simon Sebag Montefiore

"In Russia la verità è sempre scritta non con l'inchiostro, come in altri posti, ma con il sangue innocente. Questi archivi sono sacri come il Golgota. Nell'arido fruscio dei fascicoli puoi sentire il pianto dei bambini, lo smistamento dei treni, l'eco dei passi verso le cantine, il singolo sparo della pistola Nagan che scarica i sette grammi. La carta stessa odora di sangue." 

Mi appresto a recensire questo romanzo, Sašenka di Simon Sebag Montefiore, edito da Corbaccio, con un certo rispetto reverenziale, quello che si prova dopo aver letto un grande romanzo; un romanzo che ha condizionato le mie ultime giornate, tanto da spingermi a interessarmi e a documentarmi sui fatti storici ivi narrati e a riporlo in libreria con la malinconia tipica del lettore che ad un tratto si sente orfano e non vuole staccarsi dal mondo che ha conosciuto leggendo. Siamo di fronte ad un romanzo storico scritto da uno storico e a mio parere da un grande narratore, che ha saputo ben dosare storia e letteratura, personaggi realmente esistiti e personaggi inventati, dando così vita a quello che ritengo essere uno dei più bei romanzi contemporanei mai letti, anzi, essendo ancora sotto il suo influsso quasi mi verrebbe da dire che è il più bello che io abbia mai letto; di certo è un romanzo completo. 
La storia si divide in tre parti che illustrerò brevemente senza rivelare più del necessario:

San Pietroburgo, 1916
Conosciamo Sašenka, una ragazza ebrea studentessa dello Smol’nyj e figlia del barone Samuil Zejtlin. Sullo sfondo meraviglioso di Piter (diminutivo di San Pietroburgo) assistiamo all’arresto della giovane protagonista, da parte della polizia a servizio dello zar Nicola II, proprio all’uscita dall’istituto, il giorno in cui sta per prendere le vacanze ed è attesa dalla sua tata: una giovane donna inglese, che affettuosamente chiama Lala e che l’ha cresciuta come se fosse figlia sua. La ragazza è sospettata di essere una bolscevica che complotta contro lo zar e in effetti scopriamo che, a dispetto della nobile posizione del padre, Sašenka crede fermamente in quel vento di cambiamento che porterà alla famosa rivoluzione d’Ottobre e alla caduta della dinastia zarista. È la nipote della così detta “coscienza bolscevica”: suo zio, Mendel’ Barmakid, fratello della madre - una donna lasciva e assente, seguace di Rasputin - la istruirà nella sua formazione comunista. L’arresto si risolve presto, in quanto suo padre ha i mezzi e le conoscenze per aprire le porte della prigione, ma una volta tornata a casa gli eventi che portano alla disintegrazione della sua famiglia e contemporaneamente di una classe sociale intera non tardano ad arrivare. 

                                                  Mosca, 1939
Sašenka è una donna sposata ed è la direttrice di una rivista per le donne sovietiche. Suo marito Vanja Palitsyn è un cekista al servizio di Stalin e insieme hanno due dolcissimi bambini, Neve e Carlo, che crescono tra la loro residenza in città e la dacia in campagna, entrambi doni del Partito. Sašenka e Vanja si conoscono sin dalla gioventù, quando per le strade di Pietroburgo lavoravano per la rivoluzione e con loro il grande amico di entrambi, il colonnello Hercules Satinov. Cresciuti insieme, con gli stessi ideali e con quell’unica coscienza comunista, Sašenka, Vanja e Hercules adesso vivono a stretto contatto con il dittatore russo: Stalin e la sua cerchia più fidata di uomini. Ma per Sašenka è alla porte qualcosa che una devota moglie comunista forse non può prevedere o peggio ancora non può permettersi: il vero amore, l’amore passionale, intenso ma breve quanto basta a distruggere tutto il mondo che le appartiene. Si innamora di Benja Golden, un famoso scrittore, con il quale vive una relazione clandestina che diventa fatale.
Qui inizia quella fase del romanzo in cui il lettore viene trascinato dall’angoscia per la sorte di questa donna e dei suoi bambini, da cui dovrà separarsi. Il Partito in cui crede le si rivolta contro e nonostante il Terrore sembri un capitolo appena chiuso, gli uomini di Stalin sono spietati e in Russia non c’è umanità verso chi compie il minimo sbaglio. Non c’è spazio per il sentimentalismo, non c’è spazio per la coscienza, solo per uomini e donne che credono e agiscono per il Partito e così lei, suo marito, il suo amante, vengono tutti quasi misteriosamente risucchiati dal tritacarne di Stalin, dove la verità non conta niente, dove la tortura, le sevizie, le ingiurie estorcono confessioni di comodo, fino a giungere a condanne capitali. Ma qualcuno, nel destino di questa donna sfortunata, usando una doppia ma sottile maschera, riesce a mette in salvo i suoi figli e si assicura che crescano al sicuro dall’orrore comunista.

Il Caucaso, Londra, Mosca, 1994
Katinka è una giovane storica, specializzata negli studi su Caterina la Grande e il suo secolo. Ottiene un lavoro a Londra dal suo professore di storia e si reca nella capitale inglese per conoscere chi le commissionerà tale lavoro, lasciando così la sua famiglia e il suo paese, un villaggio nel nord del Caucaso. A Londra conosce Roza Getman e suo figlio Paša, facoltosi oligarchi che le spiegano il tipo di ricerca che vorrebbero svolgesse per loro. Roza, una signora sessantenne, desidera rintracciare i suoi genitori o qualcuno della sua famiglia perduti durante la repressione. Katinka, dopo alcuni dubbi e incertezze, accetta di aiutare la donna e così vola a Mosca. Qui tra archivi di stato, fascicoli incompleti, prove che svelano colpi di scena inimmaginabili scopriamo cosa davvero è successo cinquant’anni prima a Sašenka: chi l’ha tradita davvero quando venne arrestata? Chi è Roza? Chi è il fantasma che è sopraggiunto a incolparla dalla lontana San Pietroburgo della sua giovinezza? Che fine hanno fatto i suoi figli? E suo padre? Suo zio Mendel’, suo marito Vanja, lo scrittore amato e Lala, la sua indimenticata tata?
Katinka dovrà riordinare le tessere di un puzzle complicato e macchiato di sangue innocente, intriso di una sofferenza disumana e scoprire che anche lei e la sua famiglia forse non sono del tutto estranei a quell’orrore che nei sotterranei della santa madre Russia ancora oggi nasconde legami tra vite sepolte e vite in superficie e che forse per qualcuna di queste vite è ancora possibile incontrarsi. 

Ho amato questo romanzo sin dalla prima parte, perché San Pietroburgo è una città di poesia e di pura arte, anche se il vento della rivoluzione ne ingrigisce le strade, i canali, la neve e il ghiaccio sul fiume Neva, il lettore ne percepisce tutta la magia. Nella seconda parte l’autore delinea, parallelamente alle vicende dei protagonisti, eventi storici e personaggi storici, primo tra tutti Stalin in persona e molti degli uomini dell’NKVD realmente esistiti, ad esempio il terribile comandante Berija e lo fa con una penna scorrevole, che non annoia. Nella terza parte un gioco di incastri e di rivelazioni rapisce e lascia senza fiato, addirittura, come nel mio caso, commuove fino alle lacrime.
Si percepisce come Montefiore abbia attinto a quelle fonti che purtroppo sono state la realtà della Russia di un tempo. In Sašenka si concentrano migliaia di donne che sono state vittime di un regime spietato, pur credendovi, pur essendo state sempre devote e irreprensibili di fronte alla causa, ma per le quali bastava un errore, anche un errore dettato dall’amore per perdere la vita.
Ritengo che sia un romanzo anche istruttivo, che va letto con calma e che ti lascia dentro lo sconcerto della disumanità e per questo motivo lo ritengo completo, perché oltre ad essere ben scritto ci mostra un mondo che spesso nei libri scolastici abbiamo conosciuto solo superficialmente o verso il quale non ci hanno stimolato a saperne di più.
Forse, se proprio devo trovare un difetto lo riscontro nel descrivere l’amore tra Sašenka e Benja Golden, perché non ho avvertito pienamente la passione tra i due, il romanticismo vero e proprio.
Le descrizioni sono ottime, lo stile spesso ha dei tratti poetici ed è chiaro, preciso. La copertina parla da sè, stupenda!
Montefiore ci fa fare un viaggio attraverso la storia russa del 900, dalla caduta dell’ultimo zar alla Russia Stalinista e anche dopo, con maestria ci fa rabbrividire fino in fondo all’anima; ci mostra il destino crudele di una nazione attraverso gli occhi grigi, ma determinati e fieri di una donna, Sašenka: ragazza bolscevica, moglie comunista, madre altruista che mi è rimasta nel cuore, insieme ai suoi due bambini, e per la quale avrò sempre uno sguardo tenero incrociandola sullo scaffale della mia libreria.
Antonella Iuliano


"E pronunciò ad alta voce la parola che stava diventando il suo talismano, il codice segreto per comunicare il suo amore ai suoi figli lontani, attraverso le steppe sconfinate e i fiumi maestosi della Russia."

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